28 MARZO - Televisione

Come farsi del male: un quarto d’ora di “Live – Non è La D’Urso”

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È andata in scena la terza puntata del programma della D’Urso

Una ricetta semplice semplice per farsi del male e autopunirsi (intellettualmente, pscicologicamente e anche fisicamente, provocandosi il sopraggiungere di palpitazioni…)? Guardare anche solo per un quarto d’ora (di più è biologicamente impossibile, neanche superman..) “Live – Non è la D’Urso”, il liquame mediatico di mediocrità sopraffina che rappresenta un richiamo ineludibile per quelli come me (e siamo in tanti) naturalmente attratti dalla materia guasta: un pò come di fronte a un catastrofico incidente in autostrada che si sbircia di soppiatto i cadaveri sventrati per affermare a noi stessi che noi, fortunatamente, siamo vivi e quindi diversi.

Ieri sera (mercoledì 27 marzo) nella Santa Barbara di Barbarella nazionale si sono affrontate due squadracce di umanoidi-guerrieri del tubo catodico, gli uni contro gli altri armati, gente avvezza a suonarsele su tutto, dalla fede in Dio fino alle proprietà caloriche del burro d’arachidi. Tutti animati da una sicumera irritante che non ammette repliche e che viene utilizzata per mascherare l’ incompetenza in materia e allarmante pochezza di idee e di pensieri complessi, di qualcosa in più delle affermazioni con soggetto, predicato e complemento oggetto tipiche del mondo di Twitter.

Il tutto urlato a piena cassa armonica, tra crescenti aiscrologie e insulti diretti alla parte avversa, come nel Colosseo dei gladiatori o in un pollaio di galline avvinazzate. Ieri sera la “disputatio” verteva sull’omosessualità (ma no? Ma guarda un pò?), con tutto quel che ne consegue: liceità o meno dell’utero in affitto, dell’adozione per coppie gay, superiorità o meno della famiglia tradizionale su quella arcobaleno, fino a tracimare nell’accusa di omofobia e di induzione al femminicidio (da una parte) o di perversione e di abuso di aborto (dall’altra).

Un coro di urlacci scomposti, di mezze frasi in un italiano stentato, di gestacci minacciosi per marcare il proprio territorio, per affermare il proprio pensiero, che, basico e primitivo, si voleva imporre come verità unica. Ecco questo teatrino di rutti e di peti rumorosi e sguiati ha come scopo principale l’affermazione incondizianata del proprio punto di vista quale pensiero unico e indiscutibnile, un atteggiamento schizofrenico proprio di un totalitario regime di idee.

Un esempio di simile, roboante affermazione dell’ego, nella gazzarra di ieri? Wladimiro Guadagno, in “arte” Vladimir Luxuria, attivista, scrittrice, personaggio televisivo, attrice, cantante, drammaturga e… nientemeno che ex parlamentare (per fortuna ex, almeno questo) della Repubblica italiana, che, con occhi allucinati e voce aletrata da una rabbia ingiustificata e incontrollata, cercava di imporre la propria visione (che tra l’altro personalmente condivido, ma non è questo il punto), non potendo concepire né tollerare che chi la pensi in modo diametralmente opposto (i sostenitori della cosiddetta famiglia “tradizionale”) possa, nel rispetto delle regole del pluralismo e senza offendere nessuno, riunirsi e manifestare il proprio punto di vista.

E nel far questo, la poco elegante opinionista (devo stare attento a declinare gli aggettivi al “gender” femminile se no vengo segnalato al Tribunale del popolo), sembrava più invasata di Agave, sfrenata “sacerdotessa” delle baccanti che fece a pezzi chi argomentava con ragionamenti logici. Quindici minuti da girone dantesco, i miei, un girone dove Barbarella, come diavolessa col forcone, cercava (o fingeva) di tenere a bada i contendenti, simili ai dannati di Malebolge immersi nella m…. fino al collo. Troppo anche per uno abituato al trash ormai seriale del sistema televisivo a tutti I livelli: ed è così che, esausto, “mi sono spogliato di quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e messo panni reali e curiali” delle dotte letture dei classici, che quantomeno mi avrebbero favorito un sonno meno agitato.

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