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Cinema

7 minuti, Michele Placido dirige un cast al femminile e chiede: “Cosa faresti per lavorare?”

22 Ottobre 16 / Scritto da:

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Undici donne, una fabbrica e un acceso dibattito. In 7 minuti di Michele Placido si parla di lavoro e dignità. Con uno splendido cast tutto rosa, venuto a presentare il film all’11^ Festa del Cinema di Roma

 

7 minuti, Michele Placido

 

Spazio anche al cinema italiano nella Selezione ufficiale dell’11^ edizione della Festa del Cinema di Roma. È stato presentato a pubblico e stampa l’ultimo lavoro da regista di Michele Placido, che si è affidato all’opera teatrale di Stefano Massini per raccontare una storia di donne e lavoro in 7 minuti.

Protagoniste sono 11 operaie di una fabbrica tessile, alle quali viene chiesto di togliere sette minuti (quelli del titolo) alla loro pausa pranzo, pur di aver salvo il posto di lavoro. Una piccola rinuncia apparentemente, e che pure apre un dibattito acceso tra le lavoratrici. Ognuna con la sua storia personale e le proprie condizioni economiche, ognuna col proprio carattere, si mettono faccia a faccia in un’assemblea molto simile alla giuria di un processo.

Placido dirige un bel cast al femminile, composto da Cristiana Capotondi, Ambra Angiolini, Maria Nazionale, Ottavia Piccolo, Fiorella Mannoia, Violante Placido, Erika D’Ambrosio, Luisa Cattaneo, Balkissa Maiga, Sabine Timoteo, Clémence Poésy.
Regista, sceneggiatore e interpreti di 7 minuti si sono raccontati alla stampa, portando avanti un interessante discorso sul lavoro.

Come nasce la storia raccontata in 7 minuti?

Michele Placido: Stefano Massini mi ha portato la storia mentre stavo in teatro. All’inizio ne sono rimasto perplesso, ma dopo qualche giorno ho capito che l’idea era buona, non solo dal punto di vista del testo ma anche come mia eventuale regia.

Stefano Massini: Qualche anno fa in Francia lessi su Le Monde che un consiglio di fabbrica tessile composto da quasi una decina di operaie aveva deciso all’unanimità di rifiutare una proposta di lavoro, dove venivano umiliate passando da 15 minuti di pausa pranzo a 8 minuti. La prima cosa che mi venne in mente leggendo la notizia, fu una suggestione potentissima di cinema, perché la mia mente andò subito a La parola ai giurati, dove una sola persona contraria riesce a convincere gli altri. Iniziai a scrivere un testo e ne mandai una prima parte a Ottavia Piccolo, che mi disse di volerlo portare in teatro. In seguito, è nata la produzione dello spettacolo teatrale, che ha girato per due anni con la regia di Alessandro Gassmann. Terzo passaggio è stato il coinvolgimento di Michele Placido, a cui ho chiesto di leggere il mio testo e che dopo qualche giorno mi ha fatto sperare. Penso che sia una bella storia, a cui sono legato e che amo spassionatamente, perché è paradigma di un’epoca.

7 minuti, Michele Placido

Com’è stato lavorare con questo splendido cast al femminile?

Michele Placido: Come sappiamo in Italia è difficile fare un film sul lavoro, figuriamoci poi se interpretato da 11 donne. Non c’è stato subito un grande appoggio al progetto, ma non mi sono arreso, così come la produttrice Federica Vincenti, che mi ha suggerito di scendere a compromessi. Per es. all’inizio volevo delle protagoniste sconosciute, ma poi ho realizzato che così il film non si sarebbe fatto. Per il cast sono partito da Ottavia Piccolo, poi Stefano Massini mi ha suggerito Fiorella Mannoia, che voleva essere provinata ma sulla quale io già non avevo dubbi. Una volta entrata anche Ambra Angiolini, si sono aperte le porte al resto del cast. Si è formato un bel gruppo entusiasta. Sono convinto di avere un rapporto migliore con le attrici che con gli attori, con le donne mi emoziono di più.

Il film affronta temi attualissimi.

Stefano Massini: C’è un aspetto che mi ha colpito molto. Andando a vedere la definizione sociologica del “lavoro”, si nota che “lavoro” è definito “la fatica che comporta procurarsi il cibo”. Questo unisce l’uomo all’animale. Oggi siamo in una fase in cui non solo il lavoro non procura il cibo (pensiamo a tutti i lavori non retribuiti), ma nel 90% dei casi ci si ritrova sottoposti a ricatti del tipo “cosa sei disposto a fare pur di lavorare”, e questo vale per le professioni più svariate. Quindi il mondo delle operaie che rappresentiamo nel film, è il mondo del lavoro tout court. Oggi non identifichiamo più noi stessi con il lavoro che facciamo, come un tempo, perché siamo diventati precari nel DNA.

7 minuti, Michele Placido

C’è una certa affinità di 7 minuti con l’ultimo cinema francese.

Michele Placido: In realtà mi sono ispirato a quello che considero uno dei miei maestri, che ho sempre ammirato anche nella sua deontologia del lavoro con gli attori e le maestranze, ovvero Sidney Lumet. Ovviamente per La parola ai giurati ma anche Quel pomeriggio di un giorno da cani, ambientato in un luogo circoscritto. Amo il suo uso dell’attore come paesaggio. Da qui la mia scelta di usare più camere che stanno non tanto su chi parla, ma su chi ascolta, nel film vediamo la paura che si apre sui volti. Per me 7 minuti è una specie di thriller psicologico che fa avvertire la suspense fino alla fine.

Ottavia Piccolo: Siamo di fonte a un film necessario, c’è rimasto dentro, non è stato solo un lavoro.

Un tempo le battaglie ideologiche erano portate avanti dai più giovani. Adesso, e nel film, sono i più grandi a farlo.

Fiorella Mannoia: Le più anziane sono quelle che certe battaglie le hanno fatte, le conoscono bene, in un certo momento storico erano all’ordine del giorno. Oggi le nuove generazioni certe battaglie non le hanno fatte e non le capiscono. I più giovani non hanno più quel sentire politico che univa, c’è invece un sentire individuale. Ecco perché il personaggio di Ottavia Piccolo, che è la più grande, fa ragionare tutte su quella che è la perdita di un diritto. Siamo di fronte a una nuova forma di schiavitù, diciamo la verità. Non si sa dove andremo a finire se non ci fermiamo a ragionare. Si va via dal film senza sapere chi ha davvero ragione, perché ha ragione chi si batte per un diritto, ma ha ragione anche chi non vuole perdere il posto di lavoro perché un altro non ce l’ha. Si rimane nel grigio, non esiste bianco o nero.

Violante Placido: Il fatto di pensare che oggi i giovani non si battono, forse è legato al fatto che si vive in un mondo che va veloce, e anche fare una scelta in un momento di crisi richiede velocità, bisogna pensare al presente perché non c’è tempo di fare progetti per il futuro.

Ambra Angiolini: Siamo anche in un mondo che parla al passato. Pochissimi parlano al presente, figuriamoci al futuro. La più giovane del film, che è la più fragile, sente proprio questo disagio. Le più grandi hanno delle figure da ricordare, che sono degli esempi. Ora non è così.

7 minuti, Michele Placido

Nel film ci si chiede “Non vogliamo neanche discutere?”. Si avverte la necessità di parlare di certi argomenti, a prescindere da cosa poi si decide.

Cristiana Capotondi: È un discorso legato proprio alla mancanza di tempo, al mondo che va in fretta. Il che è rappresentato anche dal personaggio di Maria Nazionale, donna dalla vita pregna, tra lavoro, figli, marito disoccupato, che ha bisogno di lavorare per mantenersi. Il lavoro ha una natura nobile, è una messa a prova delle qualità dell’uomo, un terreno di realizzazione. Ma così si riduce il lavoro a una dimensione più animale.

Ottavia Piccolo: È proprio il parlare delle cose che ci manca. Alcune delle lavoratrici nel film accusano il mio personaggio, che è il portavoce, di essere una doppiogiochista. Altro argomento di 7 minuti è infatti proprio la mancanza di fiducia in chi ci rappresenta. Cosa che oggi sentiamo moltissimo.

Maria Nazionale: Non esistono più i diritti sul lavoro, è saltato tutto. Il mio personaggio sente di non avere punti di riferimento, ma che ha bisogno di soldi per sfamare la famiglia. Della riunione sindacale non le importa niente.

Violante Placido: Il lavoro dovrebbe dare dignità, invece oggi siamo in un tempo in cui il lavoro te la toglie. Il film ti fa riflettere su questo.

Fiorella Mannoia: Spesso girando ci emozionavamo, perché vivere questa storia in una fabbrica vera, che una volta aveva centinaia di operai mentre oggi solo 15, è stata una fonte di ispirazione e immedesimazione. Viene fuori prepotente la divisione tra le italiane e le straniere, è uno spaccato della nostra realtà. Le straniere che sentono la paura da sempre, mentre le bianche solo ora avvertono la paura di perdere diritti, comodità, certezze. I conflitti che sono in giro ci portano proprio persone disperate che hanno bisogno di lavorare, e che pur di lavorare sarebbero disposte a fare qualsiasi cosa.

Cristiana Capotondi: Il bello del film è che ci si può identificare nei diversi punti di vista. Ognuna fa giustamente un ragionamento in base al proprio percorso e alla propria storia. È un film libero, che non ce l’ha con i sindacati o la fabbrica.

 

7 minuti è atteso al cinema dal 3 novembre con la distribuzione di Koch Media.