24 OTTOBRE - People

Quel tredici al Totocalcio che non cambiò la mia vita

Scritto da:

Care lettrici, cari lettori,

la scorsa settimana, mentre mi trovavo a parlare ai ragazzi di un liceo milanese del mio lavoro, uno studente ha alzato la mano e mi ha chiesto: “C’è stato un momento della sua vita in cui ha avuto ben chiara la sensazione di aver svoltato?”. In qualche secondo è riaffiorato alla mia memoria un episodio che avevo rimosso e che risale alla mia infanzia.

Un ricordo dolceamaro. Era una domenica pomeriggio. Una delle tante domeniche della mia infanzia. Avrò avuto sì o no sette anni. Detestavo la domenica, l’ho sempre detestata, perché non sapevo come ingannare il tempo. Il papà in casa accendeva la radio per seguire le partite di calcio con la schedina in mano, la mamma se ne stava a spettegolare con mia zia e io restavo nella mia cameretta a studiare e a sognare, in compagnia del mio amico immaginario (un giorno vi parlerò anche di lui …).

Verso le 18 mio padre ha chiamato me e mia mamma. Era tutto sudato e pallido come un cencio. Con un filo di voce ci ha detto: “Ho controllato e ricontrollato. Faccio fatica a crederci, ma ho fatto tredici e quattro dodici al Totocalcio”. Mia madre si è subito precipitata a chiudere porte e finestre: “Non urlare, che poi i vicini ci sentono. Ma sei sicuro? Proprio sicuro?”. Lui non aveva dubbi. Così, con la penna in una mano e la schedina nell’altra, abbiamo fatto lo spulcio delle partite. Non c’erano dubbi: tredici pieno.

“Ma quanto abbiamo vinto?”, ho subito chiesto a papà. “Ancora non lo so. Dobbiamo aspettare le 21, poi si chiama questo numero e ci dicono quanto pagano. Ma ho giocato un sistema: un tredici e quattro dodici sono un sacco di soldi”. Mia madre abbassò le tapparelle. “I vicini non devono sapere niente. Non parliamo più”. Ricordo che per un paio d’ore scese su tutta la casa un silenzio di tomba. Papà chiuso in camera da letto, la mamma in cucina. “Ma andremo via di qui?”. “Certo. Andremo a Milano e tu avrai pure una bicicletta nuova e andrai a studiare in una scuola privata”. Incomincia a fantasticare. Saremmo diventati ricchi. Avevo perfino paura dei rapimenti, che quella era la Milano degli anni di piombo…

Alle 21 papà incominciò ad attaccarsi al telefono. Il numero era sempre occupato: la mamma, vedendolo tutto sudato e con le mani che gli tremavano, gli aveva portato una sedia in anticamera (erano ancora i tempi del telefono fisso appeso alle pareti di casa). Verso le undici la linea era finalmente libera. Dall’altra parte della cornetta c’era un nastro registrato con l’importo del tredici e del dodici. Papà, dopo qualche minuti, appese senza dire nulla. Ritornò in camera da letto con il suo bloc notes. Probabilmente per fare due conti. La tensione si tagliava con il coltello. Uscito, prese la sedia e si sedette con noi in cucina: sembrava uno che avesse preso cento bastonate.

“Abbiamo vinto in totale trecentocinquantamila lire” (l’equivalente di 150 euro). Ma come? E tutti i milioni del Totocalcio? Il giorno dopo sulle prime pagine di tutti i giornali campeggiavano i titoli “Vincite record al Totocalcio”: in pratica quasi un milione di italiani aveva fatto tredici e le vincite erano le più basse nella storia della schedina. Il giorno dopo, mentre varcavo il cancello della mia scuola elementare, pensavo che sarei potuto essere in un elegante istituto del centro di Milano, tra lunghi corridoi tirati a lustro e bidelli servizievoli. Che delusione! Adesso, che sono passati tanti anni, lo posso dire: anch’io nel mio piccolo ho passato qualche ora da vero nababbo.

Alla prossima!

Articoli correlati: