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06 LUGLIO - People

Georgette Polizzi racconta in “I lividi non hanno colore” la vita tra abusi, violenze, malattia

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Il libro si chiama “I lividi non hanno colore”

Quando leggi il libro di Georgette Polizzi, capitolo dopo capitolo, ti rendi conto come la vita metta alcune persone davvero a dura prova. Poi, parlando con lei, capisci che non esiste ostacolo che non possa affrontare.

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Non sono mai stata una persona che sa aspettare… E quindi oggi “the day after” voglio già sapere la vostra! Lo avete letto?!? Quale capitolo vi ha colpito di più?!? MI RACCOMANDO COMMENTATE MA NO SPOILER!! ✌🏽❤️ #ILIVIDINONHANNOCOLORE

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È stato difficile raccontare la tua storia in un libro?

“È stato terapeutico. Ripercorre determinate cose è stato dolorosissimo. Però quando sono arrivata alla fine, mi sono resa conto che la mia vita è cambiata. Dal male sono riuscita ad arrivare al bene di oggi”.

Nel libro racconti della tua infanzia segnata da violenze domestiche e abusi fisici. Come sei riuscita ad affrontare tutto il dolore che la vita ti ha riservato?

Credo che sia una cosa innata. O meglio, sono nata con un amore sfrenato per la vita e la voglia di rivalsa. Mi sono fatta una promessa, che non avrei mai più vissuto in modo negativo, ma che avrei visto il positivo nelle cose. Oggi per me è facile rispondere. Al tempo subivo, subivo, subivo e non capivo il perché. Ho fatto un lavoro su me stessa. Anche le violenze inferte da parte del compagno di mia madre oggi hanno un nome. Nel senso che per me quella persona è marcia, mi ha fatto tanto male, e non merita il mio dolore. Nella mia testa non voglio dare la soddisfazione di dire: “Mi hai rovinato la vita”. Tutto quello che è successo l’ho tramutato in bene e non mi deve più succedere”.

Ogni capitolo del libro ha un titolo molto forte. Quello sulla tua infanzia “Sigarette sul mio corpo”, racconta tutto il dolore che nessuna madre dovrebbe mai infliggere a una figlia.

“Sì, nessuna figlia dovrebbe soffrire così. Ma questo riesco a dirtelo solo ora che ho una consapevolezza diversa. Quando ero bambina ero convinta che fosse giusto così. Tutte le violenze che subivo pensavo fossero normali”.

Con tua mamma hai avuto un rapporto contradditorio. Hai scoperto della sua malattia (disturbo di sdoppiamento della personalità e depressione post-traumatica ndr.) solo dopo la sua morte, leggendo i suoi diari. Cosa hai provato?

 

“Quando ho scoperto la verità è stato un dolore infinito. Lei non c’era più e non avevo modo per poter capire al meglio. Così ho dovuto ricostruire tutta una vita con lei, partendo dal fatto che era una donna malata e che io sono sempre stata un di “più”. Solo così sono riuscita a perdonarla”.

Se tu avessi ora l’opportunità di parlarle, cosa le diresti?

“Più che dirle qualcosa le farai vedere che persona sono diventata. Tutto quello che faccio lo faccio ancora per dimostrarle qualcosa. Oltre alla violenza fisica c’è anche quella mentale: non essere mai abbastanza. L’abbraccerei e le direi che l’ho perdonata e che l’ho capita”.

La tua vita cambia quando trovi il coraggio di denunciare le violenze domestiche subite e ti trasferisci in casa famiglia…

“È stata la prima volta che mi sono sentita a casa. Il primo ricordo della casa famiglia è stato quando mi hanno aperto la porta della mia camera e mi hanno detto: “Su questi muri puoi attaccarci quello che vuoi”. E io ho appeso i poster di Robbie Williams. Per la prima volta ho avuto la mia cameretta con i miei cassettini. Ho capito cosa fosse il senso di casa. Mi sentivo protetta. È stato il mio angolo felice”.

Affronti le tematiche della diseguaglianza e della discriminazione razziali, problemi ancora presente in Italia. Secondo te come la situazione potrebbe cambiare?

Io credo che niente possa migliorare la situazione. Il razzismo è la paura del diverso. Cambiare sarà difficile, ma stiamo andando verso la giusta strada. A scuola ero l’unica bambina nera. Oggi non è più così. Ma la paura non la puoi cambiare. È dentro le persone. Questo discorso riguarda tutte i “diversi”, me ne sono accorta quando ero in carrozzina e la gente mi fissava.

La tua vita è cambiata ancora quando una mattina senti qualcosa che non va e ti viene diagnosticata la Sclerosi Multipla.

“Quel giorno sono andata a lavorare e poi a CrossFit. Durante gli esercizi però non mi sentivo più la pancia. La sera a casa avevo perso la sensibilità del busto, bacino e seno. Il giorno dopo durante un open day nella mia azienda sono caduta. Sono entrata in Pronto Soccorso camminando, dopo un’ora e mezza non ci riuscivo più. È stato fulmineo. Adesso, però, dall’ultima risonanza magnetica che ho fatto “lei” sta dormendo. Avevo molta paura perché ho cambiato il mio piano terapeutico per diventare mamma. Ma ora le mie lesioni celebrali e al midollo sono ferme e non si muovono”.

 

Sul tema della maternità sei molto provocatoria. Hai postato su Instagram una foto che ti ritrae con un pancione.

Ho fatto quella provocazione perché i social al giorno d’oggi non hanno più filtri. Ti chiedono se sei incinta come se ti chiedessero la marca di un capo indossato. Ho voluto far capire alle persone che non si possono fare domande con leggerezza. Ci sono persone che ci provano e lo perdono, malati che non possono o che non vogliono. È una domanda scomoda, fa male, soprattutto se rivolta a una donna che ha un desiderio forte ma non riesce. È doloroso.

Al tuo fianco sempre pronto a guardarti le spalle hai Davide, tuo marito. Cosa ti ha fatto innamorare di Davide e cosa ha portato nella tua vita?

“È difficile da spiegare. Dopo il primo appuntamento è come se avessi capito che era l’uomo che aspettavo. Sapevo che saremmo stati insieme per sempre. Era destinato a essere mio. Come dico sempre è il “mio respiro di vita”, il motivo per il quale oggi sono ancora qui”.

Insieme avete partecipato a Temptation Island. Davanti al falò hai mai avuto paura di averlo perso?

“Certo, però il programma ci ha reso più forti di prima. Sarò per sempre in debito con la produzione e Maria De Felippi. Ha colmato e fortificato il mio rapporto. Io mi considero una torta buonissima e dolcissima e Davide è la mia ciliegina. Lui lo sa che dal momento in cui fa una cavolata, butto giù la ciliegina e la torta è buona uguale”.

Secondo te tra dieci anni sarai la donna che vorrai diventare?

“Non sono una persona che fa progetti a lungo termine. E lo sai perché? Perché poi resto delusa, quindi vivo alla giornata. So quello che voglio essere adesso. Ho imparato questa cosa nel tempo. L’unica cosa è che voglio diventare mamma”.

 

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