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Tennis, Andy Murray e la forza di non arrendersi

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Il tennista è tornato a vincere a due anni dall’ultimo trionfo

Nella mitologia greca, le Moire determinavano il destino: tre sorelle e figlie di Zeus che tessevano un filo. Tra queste Lachesi aveva il compito di decidere la sorte di ogni uomo. La sorte di Andy Murray, tennista, che è scozzese quando perde e inglese quando vince, è stata decisa, invece, dagli “Dei del tennis” che hanno scelto che non era ancora giunto il momento, per lui,  di salutare questo sport.

L’ex dei Fab Four (all’epoca i magnifici quattro del tennis mondiale, Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic) è risorto dai suoi personali inferi, fatti di dolori lancinanti, di lacrime, di addii a causa di una patologia all’anca.

Murray, nel weekend, ha vinto il torneo di Anversa a due anni di distanza dall’ultimo trionfo (Dubai 2017). Lo ha fatto conto l’elvetico, Stanislas Wawrinka uno che come lui ha sofferto, fisicamente, con due operazioni al ginocchio e anche mentalmente cercando per anni di non essere solo l’altro svizzero dopo Federer.

La forza dei grandi campioni del resto è proprio questa: non arrendersi mai dove chiunque forse direbbe basta. Spesso gli sportivi vengono visti come dei supereroi moderni, imbattibili e imperturbabili, in realtà dietro la corazza, c’è sempre l’uomo con le sue emozioni.

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Tutta la fragilità dello scozzese si era vista a gennaio quando in lacrime, agli Australian Open, aveva ammesso che il dolore era troppo forte e che presto avrebbe dato il suo addio al tennis, avvenuto qualche mese dopo (luglio) a Wimbledon, in quel torneo di “casa” che l’ha visto trionfare nel 2013 e nel 2016 e alle Olimpiadi di Londra 2012.

Poi la scelta di fare un altro tentativo con una nuova operazione all’anca (con tanto di sostituzione dell’osso) e la rinascita appena 9 mesi dopo: perché chi è sportivo sa che non bisogna mai arrendersi o bisogna farlo solo quando è caduta anche l’ultima goccia di sudore.

 

 

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