01 GIUGNO - Interviste / News

Maurizia Cacciatori: il volley nel DNA, la grinta e l’amore per la famiglia

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Oggi lavora con le aziende ma non tralascia mai i suoi amori più grandi

Wonder Woman probabilmente avrebbe difficoltà a seguire i ritmi di Maurizia Cacciatori. La Maurizia 16enne, ribelle e che non ascoltava nessuno è ormai lontana. Oggi è una mamma che cerca di conciliare il difficile ruolo di madre e donna in carriera. Una delle palleggiatrici più forti di sempre si divide tra la famiglia, le aziende in cui parla di leadership e sì ovviamente la pallavolo, in qualità di commentatrice.

Il volley è qualcosa che come dice lei è nel suo DNA. Inevitabile per chi, giusto per dare un po’ di numeri, con la Nazionale ha raccolto 228 presenze, ha vinto un oro Giochi del Mediterraneo (2001), due medaglie agli Europei (bronzo nel 1999, argento nel 2001) e il premio di miglior palleggiatrice al Mondiale del 1998.

A Bergamo con l’allora Foppapedretti 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 3 Coppe Italia e 3 Supercoppe. Ancora oggi quando commenta  nella sua voce e nei suoi racconti trapela l’amore per quello sport che avrà sempre un ruolo nella sua vita.

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Da un po’ di tempo ha lasciato il volley giocato e attualmente è anche commentatrice per DAZN. Durante le finali di Champions League era “tesa” come se stesse giocando: certe emozioni non svaniscono mai?

Anche se ho lasciato il volley giocato, senza alcun dubbio, questo sport è nel mio DNA: è vero che ho smesso ma rimane sempre quella parte sportiva, quella parte di atleta e quella di persona che quando indossa la maglia della Nazionale o la maglia del club non dimentica mai la responsabilità e tutto quello che gira intorno. È vero: oggi faccio anche la commentatrice e ho commentato la finale di Champions League per DAZN ed è stata una “partita nella partita”. Sono molto “emotiva” e forse..l’emozione non gioca a mio favore, una parte di me è come se fosse in campo: le emozioni non svaniscono davvero mai. Parlare di alcune giocatrici, come Francesca Piccinini o altre che hanno giocato con me una vita è qualcosa di molto emozionante. Vedere un bellissimo gioco come quello dell’Imoco Conegliano o della Igor Volley Novara è stato un grandissimo onore, è stato straordinario ma anche un po’ doloroso perché é come se da un momento all’altro volessi ritornare in campo.

È stata una stagione “gloriosa” per la pallavolo femminile e non solo. Chi le è piaciuto di più, sia a livello maschile che femminile?

La stagione pallavolista, sia al maschile che al femminile ha dato rilevanza al fatto che i club sono cresciuti tantissimo. Non a caso abbiamo i migliori allenatori e il miglior staff tecnico ed entrambi lavorano in Italia ma anche all’estero. A livello femminile dico Novara e Conegliano. L’Imoco per il bellissimo gioco, per la velocità, la rapidità e per il fatto che abbia vinto lo scudetto con una maturità incredibile. Dall’altra parte Novara che ha saputo ribaltare con estrema attenzione, concentrazione, resettando praticamente tutto e portandosi a casa una Champions straordinaria. A livello maschile devo fare i complimenti alla Lube Civitanova, perché ha vinto, quando sembrava ormai spacciata, una finale scudetto (contro Perugia, ndr) a gara cinque, proprio quando tutti ormai tiravano fuori maglie e tricolori dei padroni di casa. L’arma in più che il volley ti insegna è proprio questa, quella di partire sempre da zero: fino a quando l’arbitro non fischia la partita non è finita. Anche a Berlino, in Champions, sono riusciti a conquistare una vittoria incredibile, perché non era facile battere una squadra così blasonata e così forte (Zenit Kazan, ndr).

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Chi è secondo lei attualmente la miglior palleggiatrice in circolazione?

Parto sempre dal presupposto che voglio difendere e tutelare il patrimonio italiano. Mi piace molto Ofelia Malinov (Savino Del Bene Scandicci, ndr) perché é giovane, ha carattere e arriva da una scuola che io conosco molto bene perché suo padre è stato mio allenatore. Ho visto nascere Lia, c’è quindi anche una componente affettiva molto forte: è tenace, è una bella “testona”, osa e ha fantasia. A livello internazionale mi piace tanto la Asia Wolosz (Imoco Conegliano, ndr), perché ha tanta esperienza, è creativa. Credo che la differenza tra una buona giocatrice e una di alto livello è quanta creatività e quando di te tu riesca a mettere in campo. Mi piace anche Maja Ognjenović (Dinamo Mosca, ndr) perché è un’atleta che conosco molto bene, visto che ci ho giocato molte volte contro perché ha militato nel campionato italiano e perché continua a giocare ad altissimi livelli.

Francesca Piccinini a 40 anni gioca ancora e vince tantissimo. Lei hai smesso relativamente presto, rifarebbe questa scelta?

Ho grandissima stima per Francesca, che è anche una mia cara amica. Mi sono commossa quando l’ho vista alzare la sua settima coppa, vincere 7 Champions non è da tutti. Lei continua a giocare, ha tanta passione e sono fiera di lei. Io ho smesso presto perché volevo reinventarmi, volevo vedere cosa c’era fuori dal campo sportivo. Oggi lavoro in ambito aziendale, faccio convention, team building: porto lo sport all’interno di grandi team che lavorano, non come squadre che lottano per raggiungere le Olimpiadi, ma per raggiungere obiettivi importanti e questo mi dà molta soddisfazione. In più e forse questo è il valore aggiunto, smettendo prima ho potuto investire anche nella mia vita privata: ho la mia famiglia, mio marito, due bambini piccoli (Inès e Carlos, ndr) ed è sempre quello che ho cercato anche negli anni in cui giocavo.

Nel suo libro “Senza Rete” ha svelato tanti retroscena: dopo che è uscito qualcuno “preso in causa” le ha scritto?

È stato un libro “Senza Rete” e senza lingua! Ho voluto parlare della mia storia pallavolistica ed è andato anche un po’ oltre il lato sportivo. Non mi ha chiamato nessuno.  Credo che appartenga un po’ a tutti noi, perché parla di cadute… di tonfi e credo che sia adatto a tutti: dalla ragazza che arriva per la prima volta in Serie A, alla donna che non si tira mai indietro, fino all’imprenditore che ha un’azienda e che deve saper ricominciare, cambiare e mettersi in gioco.

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Ha affermato di averlo scritto per i suoi figli: sogna per loro un futuro da sportivi?

Ho fatto un libro dedicato ai miei figli e ne vado orgogliosa. Loro praticano due sport diversi dalla pallavolo, perché pensano che mi abbia “rincretinito” (ride, ndr):  hanno sempre visto le mie foto con le dite fasciate e così hanno iniziato a pensare che il volley sia uno sport che ha rovinato le dite della mamma e quando mi dimentico qualcosa dicono che è perché ho preso delle pallonate in testa. Hanno un’idea particolare. Inès, che è la più piccola, gioca a tennis, mentre Carlos è un portiere del Livorno Calcio. Sono comunque orgogliosa e penso che sia il loro percorso e che non debbano seguire il mio.

Cosa direbbe oggi alla Maurizia che a 16 anni è andata via da casa (Nel ’89 ha esordito in A1 con la Pallavolo Sirio Perugia)?

Sono sicura che qualsiasi cosa avessi potuto dire…la Maurizia di 16 anni non avrebbe ascoltato. Sono sempre stata molto testarda e ho sempre scelto di testa mia, ascoltando i consigli delle persone però decidendo sempre da sola. L’unico consiglio che mi darei è quello di continuare a essere quello che sono, a essere me stessa, con tutti i casini, i guai dove mi sono messa. Tutte situazioni che ho sempre cercato di risolvere a testa alta: ma ho forti dubbi che avrei ascoltato qualcosa!

Ha ancora qualche sogno da realizzare?

Sono una donna molto felice, ho realizzato tantissimi sogni. Non nascondo che quello che mi faceva più paura era il timore di non riuscire ad avere una famiglia tutta mia. Infatti ho avuto il mio primo figlio a 38 e il secondo 39 anni e quindi ho vissuto un momento di grande buio perché ho pensato che non sarei mai diventata mamma. Il sogno più grande e quello da realizzare oggi è quello di essere una madre sempre attenta e presente nonostante lavori tantissimo. Non voglio mai perdere l’amore, la passione, la grinta e la determinazione che nascono dalla pallavolo e soprattutto dagli occhi dei miei figli e di mio marito che ogni giorno mi sostengono.

 

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