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11 LUGLIO - News

Giorgio Alpi, il decennale dalla scomparsa: una vita alla ricerca della verità sulla morte della figlia Ilaria Alpi

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Il caso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

scritto da Serena Marotta

Giorgio Alpi era una persona gentile, onesta, che ha passato il resto della sua vita, insieme a sua moglie Luciana, deceduta due anni fa, a partire dal 20 marzo 1994 giorno dell’esecuzione della loro figlia, a lottare per avere verità e giustizia sulla morte di Ilaria Alpi, inviata del Tg3 in Somalia. Giorgio Alpi è morto l’11 luglio del 2010, dieci anni fa. I genitori di Ilaria da subito si sono sostituiti agli inquirenti per cercare di capire chi ha voluto l’assassinio della giornalista e del suo operatore Miran Hrovatin per le strade di Mogadiscio. Ilaria, proprio come i suoi cari, era la persona generosa che «ogni volta che partiva comprava sempre un orologio e tornava sempre senza, perché lo regalava a un’amica somala. Quella volta, l’orologio non poté donarlo a nessuno…», come aveva raccontato Giorgio Alpi durante il processo di primo grado del 1999 sulla morte della figlia.

Chi era Ilaria Alpi

Ilaria Alpi era nata a Roma il 24 maggio 1961.  Dopo aver conseguito la maturità classica, aveva studiato lingue ed aveva un’ottima conoscenza della lingua araba. Aveva vinto il concorso in Rai nel 1990, ma prima dal Cairo aveva collaborato con Paese Sera, con L’Unità e altre testate. Quello del mese di marzo del 1994 era il suo settimo viaggio in Somalia. Insieme a lei c’era l’operatore Miran Hrovatin di videoest di Trieste. È stato il loro ultimo viaggio. Il 20 marzo 1994 a Mogadiscio si perde il senso di giustizia, quella giustizia cercata da Ilaria e Miran che non potranno più raccontarlo.

Ilaria e Miran: Mogadiscio, marzo 1994

Ilaria e Miran partono da Pisa la sera di venerdì 11 marzo 1994 con l’ultimo volo militare per Mogadiscio. All’alba di sabato, 12 marzo 1994, i giornalisti arrivano a Mogadiscio e vengono accolti dal generale Carmine Fiore che li aggiorna sul deterioramento della situazione della città, invitando tutti alla massima prudenza e offrendo ospitalità all’interno del compound dell’Esercito, a Mogadiscio sud. Tuttavia, Ilaria e Miran decidono di alloggiare – al contrario dei loro colleghi, per lavorare agevolmente – all’hotel Sahafi. Solo dall’hotel infatti sarebbe stato possibile trasmettere i servizi televisivi, anche appoggiandosi alle strutture della Cnn, che occupava tutto un piano dell’albergo Sahafi.

La situazione a Mogadiscio nel 1994

Mogadiscio nel 1994 è divisa da una linea verde immaginaria che la taglia in due: la parte Nord è sotto il controllo di Ali Madhi e la parte sud di Aidid. Nel 1991 c’era stata la guerra civile dopo una dittatura durata anni da parte di Siad Barre. Per questo motivo l’Onu nel 1992 decide la missione di pace “Restore Hope”. Ma i nostri soldati il 20 marzo si preparano a lasciare la città.

Gli spostamenti dell’ultimo viaggio in Somalia riportati di seguito sono stati ricostruiti dalla Commissione d’inchiesta presieduta da Carlo Taormina attraverso le immagini – ritrovate – girate da Ilaria e Miran in quei dieci giorni. Tuttavia ci sono dei “vuoti” nella ricostruzione: non si sa chi accompagna Ilaria e Miran, quale macchina usano, né chi incontrano a Gardo e qual è il motivo che li spinge ad andarci.

Le tappe di Ilaria e Miran nei dieci giorni trascorsi in Somalia: Mogadiscio, Balad, Merca, Johar, Bosaso, Gardo, Bosaso, Mogadiscio.

L’Ultima intervista di Ilaria Alpi a Bosaso

Permanenza a Bosaso. Lunedì 14, pomeriggio – mercoledì 16, mattina:

Le prime immagini di Bosaso – girate nel pomeriggio del 14 – mostrano l’ingresso del compound di Africa ’70 (Ong italiana per la quale lavorava anche un amico di Ilaria, Valentino Casamenti) dove i giornalisti vanno appena arrivati e dove trovano solo personale somalo. Tutti gli italiani si trovano infatti a Gibuti (rientreranno il 16 marzo), dove hanno dovuto riparare in seguito a accuse e minacce da parte di una fazione dell’SSDF, il partito del nordest della Somalia. Ilaria e Miran si recano in ospedale per registrare le immagini dei malati di colera che sono ricoverati: donne, giovani, bambini. Poi, quasi al tramonto, raggiungono il porto. Non è stato possibile accertare se Ilaria e Miran siano stati ospitati presso la Ong sin dal 14 marzo, o se abbiano pernottato in uno degli hotel della città.

Martedì 15 marzo, quasi all’alba, ancora al porto, Miran riprende le attività di carico e scarico con una lunga carrellata su navi e banchina. Poi Ilaria intervista il dottor Kamal, un medico proprietario del compound e delle auto utilizzate da Africa ’70, il quale fornisce le cifre dell’epidemia di colera: 26 morti, 635 persone ricoverate e almeno il triplo rimaste nella propria casa. Nel corso delle riprese, si sente una voce fuori campo chiedere ai giornalisti, in italiano, se sono della Rai. Nel pomeriggio Ilaria intervista il sultano di Bosaso, Abdullahi Moussa Bogor. L’intervista dura tre ore. La telecamera viene spenta e riaccesa due volte: tra una pausa e l’altra, si sente Ilaria chiedere al sultano di Mugne, della nave sequestrata, degli scandali della cooperazione italo-somala, delle armi, dei rifiuti tossici seppelliti lungo la strada Garoe-Bosaso.

Mercoledì 16. Ilaria e Miran escono quasi all’alba per intervistare un capo villaggio, l’ingegnere Abdullahi Ahmed e registrare le immagini di tubazioni per l’acqua che sono fatiscenti. Poi un’altra intervista ai due ospiti dell’Aicf, Gary e Aida, poi riprendono la strada per Bosaso. Le riprese mostrano la tanto discussa costosissima strada costruita con i fondi della cooperazione italiana, finalizzata alla distribuzione di tangenti e forse al seppellimento di rifiuti tossici. Ilaria e Miran arrivano a Bosaso ma l’aereo che avrebbe dovuto riportarli a Mogadiscio è già partito. Nel frattempo, il personale di Africa ’70 è rientrato a Bosaso: si tratta di Enrico Fregonara, Valentino Casamenti (Fregonara è il capo progetto di Africa ‘70 e Casamenti il logista) e la veterinaria Florence Morin. Ilaria è preoccupata per il mancato rientro a Mogadiscio e, soprattutto, di non poter mandare il servizio. Nel pomeriggio, telefona dall’ufficio di Unosom WFP di Bosaso ai genitori e al suo caporedattore Massimo Loche che la tranquillizza: stava per iniziare uno sciopero dei giornalisti Rai e dunque non avrebbe dovuto mandare alcun servizio.

 

Domenica, 20 marzo 1994: la telefonata a Luciana Alpi

“Luciana, devo darti una brutta notizia… Ilaria è morta”. Sono le parole pronunciate da Bianca Berlinguer, che alle 15 di quella terribile domenica, dà la notizia alla mamma di Ilaria.

Nel frattempo, l’Ansa ha già dato la notizia firmata dal corrispondente Remigio Benni: «Somalia: uccisi due giornalisti italiani a Mogadiscio – Mogadiscio, 20 marzo – La giornalista del “Tg3” Ilaria Alpi e il suo operatore, del quale non si conosce ancora il nome, sono stati uccisi oggi pomeriggio a Mogadiscio nord in circostanze non ancora chiarite. Lo ha reso noto Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che vive a Mogadiscio da dieci anni».

Dai momenti che seguono il duplice omicidio, si sono verificati depistaggi, false dichiarazioni, ritrattazioni. Ci sono stati tre processi e una commissione parlamentare d’inchiesta per tentare di dare un volto e un nome a chi ha voluto questo duplice omicidio.

Due le tesi che sono emerse: una è quella della Commissione d’inchiesta, secondo la quale Ilaria e Miran sono stati uccisi per un tentativo di rapina finito male. Tesi che non è stata condivisa da tutti i membri della Commissione che nel 2006 al momento della conclusione dei lavori hanno presentato tre relazioni.

L’altra è invece del Gip della Procura di Roma del 2007, che ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Ionta perché, secondo il gip, è stato un omicidio su commissione per impedire che Ilaria e Miran portassero a conoscenza dell’opinione pubblica le loro inchieste in terra somala.

Le informative del Sisde

Inchieste che riguardavano il traffico d’armi e di rifiuti avvenuti tra l’Italia e la Somalia. Ci sono delle informative del Sisde, emerse dagli atti declassificati della Commissione d’inchiesta nel 2014 che confermano il movente dell’omicidio. È emerso, in particolare, che già a maggio del 1994 era stata avanzata dal Sisde l’ipotesi della scoperta di un traffico d’armi, motivo che ha portato all’esecuzione della giornalista e del suo operatore.

In un’altra informativa il Sisde ha scritto che il duplice omicidio potrebbe essere stato ordinato dai trafficanti d’armi somali. E ancora, nell’informativa viene evidenziato che la giornalista avrebbe raccolto sul posto informazioni riguardanti il sequestro della nave a Bosaso e della cattiva gestione dei fondi investiti dal governo italiano.

A ottobre del 2014, inoltre, sono emersi i depistaggi ad opera dei servizi segreti. Sono diverse le informative che venivano trasmesse da Mogadiscio a Roma, che facevano riferimento al duplice omicidio e che poi venivano cancellate. Si tratta di informative scritte a mano da un uomo del Sismi, Alfredo Tedesco, presente a Mogadiscio, cancellate e non riportate nei rapporti del Sismi.

Tra gli appunti di Ilaria pervenuti in Italia, si legge in un block-notes:

SHIFCO/MUGNE/1400 MILIARDI FAI/ DOVE E’ FINITA QUESTA INGENTE MOLE DI DENARO?

Questi appunti, insieme ad altri documenti, sono stati consegnati dai genitori di Ilaria alla Commissione Bicamerale d’inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. Questa commissione che non è arrivata alla stesura di una relazione a causa dello scioglimento anticipato delle Camere, aveva il compito di verificare l’uso dei fondi della Cooperazione: erano emersi dei problemi di malaffare. Tra i Paesi su cui sviluppare questa inchiesta c’era anche la Somalia, dove erano stati realizzati dei progetti:

  • La strada Garoe-Bosaso
  • I pozzi
  • Le navi della Shifco (società di navigazione il cui titolare era Mugne)

Di conseguenza la Commissione bicamerale d’inchiesta con i Paesi in via di sviluppo si è occupata anche dell’omicidio di Ilaria e Miran.

Nel corso dell’audizione dei signori Alpi è stata visionata la cassetta dell’ultima intervista fatta da Ilaria al sultano di Bosaso, Bogor. Nel corso dell’intervista, di cui arrivano in Italia solo 20 minuti di registrazione, ma si sa, come confermato dallo stesso sultano sentito dalla Commissione parlamentare d’inchiesta Alpi-Hrovatin, che l’intervista è durata tre ore. Ilaria nel corso dell’intervista chiedeva al sultano della nave sequestrata, di Mugne, degli scandali della Cooperazione. Era il pomeriggio del 15 marzo quando venne realizzata l’intervista e prima Ilaria e Miran erano stati, come si evince dalle videocassette, lungo la strada Garoe-Bosaso (rifiuti tossici).

Ilaria era una persona puntuale, come mi aveva raccontato Luciana Alpi, madre di Ilaria, durante una telefonata, ma a Bosaso inspiegabilmente perde il volo per rientrare a Mogadiscio: era il 16 marzo. La giornalista e l’operatore rientreranno invece a Mogadiscio domenica 20 marzo, giorno dell’esecuzione che avviene davanti all’hotel Amana a Mogadiscio Nord, zona proibita, ma dove proprio la mattina altri due giornalisti erano stati e anche senza la scorta. Si tratta della giornalista Simoni e del collega Porzio, gli stessi che insieme all’operatore Chiesa e al giornalista Lenzi sono andati all’hotel Sahafi a recuperare i bagagli e gli oggetti di Ilaria e Miran dopo l’agguato, per poi consegnarli alle autorità. Parte di questi oggetti spariranno e i sigilli saranno violati.

A recarsi sul luogo dell’agguato non saranno le autorità italiane. È invece Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che da dieci anni risiede a Mogadiscio. Sarà lui a trasportare Ilaria e Miran al porto dove li attende la nave Garibaldi e un volo che poi farà scalo sino ad arrivare a Ciampino.

Marocchino è l’uomo che nel corso del processo di I grado contro Hashi Homar Hassan è indagato dal gip di Asti perché avrebbe sottratto dei documenti dall’archivio del Fai e dell’Ambasciata italiana.

Marocchino è l’uomo che nel 1993 viene accusato dagli americani di trafficare armi e che viene espulso dalla Somalia e arrestato. Poi l’espulsione viene revocata e la sua posizione archiviata.

Marocchino è l’uomo che viene citato dal direttore del Sismi Siragusa che dichiara durante il processo di I grado di aver ricevuto dal Sisde un’informativa che lo indicava come mandante o mediatore del duplice omicidio.

Intanto dei due killer scesi dall’auto per sparare, la dottoressa Motta (dirigente della Digos di Udine) fa anche i nomi, specificando che i due all’epoca dei fatti facevano parte della polizia somala. Anche se la sua testimonianza nel corso del processo di I grado non può essere utilizzata perché non fornisce i nomi delle fonti confidenziali per proteggerne la vita.

La dottoressa Motta si è trovata per caso ad indagare sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Il primo contatto con la fonte è stato casuale si trovava negli uffici della Digos di Udine per altri motivi. Così Motta inoltra le informative alla Procura di Roma e il pm De Gasperis (che è il primo magistrato ad occuparsi del caso) la incarica di proseguire. Così le indagini vanno avanti, poi l’inchiesta passa al pm Pititto che organizza attraverso la collaborazione della Digos di Udine l’arrivo in Italia di due testimoni oculari: l’autista e l’uomo di scorta di Ilaria e Miran. Ma due giorni prima dell’interrogatorio viene esonerato dall’incarico. Sempre Pititto è il pm che dispone l’autopsia sul corpo di Ilaria, autopsia che non è stata effettuata all’arrivo della salma di Ilaria a Roma. È stato disposto solo un esame esterno. Da qui comincia anche un balletto delle perizie: si parla del colpo esploso a breve distanza da arma corta e poi la nuova consulenza che stabilisce il colpo accidentale kalashikov.

Oltre all’autista e alla guardia del corpo spunta un terzo testimone Ali rage detto Gelle che fa l’autista a Mogadiscio e che fa il nome di Hashi come uno dei componenti del commando che ha ucciso Ilaria e Miran. Hashi viene scagionato nel processo di I grado per poi essere condannato a 26 anni di reclusione nel corso del processo d’Appello. Gelle – testimone chiave – si renderà irreperibile e sarà rintracciato successivamente da Chi l’ha visto ritrattando tutto. In sintesi nel 2012 il processo per calunnia va in prescrizione.

Nel 2017 a Perugia si conclude la revisione del processo: Hashi viene liberato per non aver commesso il fatto e viene stabilito per lui un risarcimento di 3 milioni di euro. Hashi ha passato in carcere quasi 17 anni della sua vita.

Nelle motivazioni della sentenza di Perugia si legge che Gelle potrebbe essere stato coinvolto in un’attività di depistaggio di ampia portata.

Vediamo come sono andate le cose, come cioè si arriva ad Hashi e alla sua condanna.

Hashi viene portato in Italia con l’inganno: avrebbe dovuto testimoniare sulle violenze subite da un gruppo di somali da parte dei soldati italiani, tra questi somali c’è anche Hashi, cha da vittima di violenza diventa carnefice.

Bogor è l’ultima persona che Ilaria intervista e che sarà iscritto nel registro degli indagati come mandante dell’omicidio dal pm Pititto. Sarà difeso dall’avvocato Duale, stesso difensore di Hashi. La sua posizione sarà archiviata.

Il processo del 17 aprile 2018

17 aprile durante l’udienza preliminare sono emersi nuovi documenti trasmessi dalla procura di Firenze a quella di Roma. Si tratterebbe di intercettazioni che risalirebbero al 2012 tra cittadini somali che parlano dell’omicidio della giornalista e del suo operatore. A giugno poi la procura di Roma ha chiesto di nuovo l’archiviazione del caso perché giudica irrilevanti le intercettazioni trasmesse dalla procura di Firenze a quella di Roma e emerse nel corso dell’udienza preliminare il 17 aprile scorso. Ma il gip Andrea Fanelli, a giugno, ha dato alla Procura di Roma l’incarico di continuare ad indagare per altri sei mesi. Nel frattempo la federazione della stampa italiana e l’ordine dei giornalisti e i giornalisti Rai si sono costituiti parti offese nelle indagini sull’omicidio, in questo modo potranno dare un contributo diretto alle indagini, indicando elementi di prova e presentando agli inquirenti documenti ed altri materiali utili all’inchiesta.

Ottobre 2019

I legali della famiglia Alpi hanno presentato  l’atto di opposizione all’archiviazione dell’indagine. Secondo gli avvocati Carlo Palermo e Giovanni D’Amati – i legali della famiglia – ci sarebbero spunti investigativi. D’Amati e Palermo citano, tra gli altri,  la sentenza di primo grado legata all’uccisione di Mauro Rostagno, l’audizione del generale Mario Mori in Commissione parlamentare, la sentenza di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia e ad alcuni appunti della stessa giornalista e di atti desecretati nel 2014. Anche la Federazione della Stampa, l’Ordine dei giornalisti e l’Usigrai hanno depositato l’opposizione, chiedendo di rivelare la fonte confidenziale che nel 1997 aveva parlato del movente.

Resta la speranza di avere verità e giustizia, il 20 marzo saranno passati 27 anni senza un colpevole o forse no.

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