28 NOVEMBRE - Lifestyle

La violenza sulle donne: “L’emancipazione non viene dall’esterno”

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Vi racconto un episodio a cui ho assistito

A proposito di violenza sulle donne… I tempi delle vacanze stavano finendo ed era venuto il tempo di rifinire la casa in tanti piccoli dettagli prima della scuola.
Per me si trattava delle camerette dei bimbi i cui mobili si adattano alla statura come le scarpe, ogni tot mesi vanno ricambiati e quindi, era tempo di Ikea.
Settembre 2018, mi dirigo verso la progressista Ikea svizzera, molto diversa da quella di Dubai sia per contenuti, che per servizio: in Svizzera è decisamente superiore. Il punto clienti rapido ed efficace, il personale istruito, non devi rimbalzare tra mille persone che stentano a parlare l’inglese per cercare di orientarti tra prodotti e consegne. Poi mi siedo con i bimbi affamati al ristorante, come le centinaia di famiglie che scorrono tra i banchi della grande sala e lì scopri che l’Ikea è davvero formato figli che, come i miei, corrono dappertutto ridendo con l’’energia travolgente dei piccoli.
Finalmente un paese libero, manca solo la toilette comune a sancire l’uguaglianza dei sessi, sorrido beata versando l’acqua alla mia bimba pensando all’oppressiva Dubai dove le donne sottomesse ai mariti sono una nota dolente costante. Invece quella nota stonata c’è pure qui: davanti a me sta seduto un bullo che sta maltrattando la moglie di fronte a due bimbi di circa due anni che scoppiano a piangere quando il padre urla in una smorfia parossistica: “Non me ne frega un c**** dei tuoi lavori di casa, del fatto che devi pulire e stirare!”, e sarebbe già da alzarsi e chiedergli se possa abbassare la voce o perlomeno evitare parolacce in pubblico.
La sedia su cui sono seduta comincia a scottare: mi alzo o non mi alzo? Continuo a domandarmi guardandomi attorno in cerca di rinforzi. Invece sembrano tutti assorti sulle proprie chiacchiere e i propri piatti, come se lo sciagurato non avesse mai emesso alcuna nota sonora.
L’usurpatore continua ad inveire sulla moglie che comincia ad assomigliare a uno straccio: abbrancata al suo cucciolo, la testa china, sembra subire inerme una frustata che continua imperterrita a scatenarsi contro di lei. Guardo il tavolo alla mia destra e dico a una delle due ragazze sedute con altrettanti piccoli attorno: ma è normale? Non possiamo fare qualcosa? Hai visto come la tratta?
Mi sono accorta adesso che ha sbattuto il pugno sul tavolo” mi dice quella calma, imboccando il suo piccolo, “ma se quella è contenta così…
Come se una donna che si fa violentare fosse cosciente della violenza subita, mi viene ancora da dire, invece stranamente dalla bocca non esce niente, la mia vena giustiziera sepolta in questa confortevole ospitalità domestica che nasconde cadaveri sotto uno scaffale Eket come a Dubai.
Oppure è semplicemente il fatto che ho due bimbi con me, il che mi fa diventare estremamente prudente. Il furioso potrebbe aggredirmi, visto lo sguardo dardeggiante che semina attorno, ce la deve avere con ogni tipo di donna, uno psicopatico nascosto in vesti di impiegato della posta. 
Eppure non mi passa: mi sento Batman il vendicatore, ho voglia di dargli un pugno sul naso se non fisicamente a parole. Lo guardo gelata, ma sembra troppo ottuso per capire un linguaggio che non sia fisicamente concreto. Questa cosa mi resta dentro ore, finché mi decido a parlarne con il servizio clienti che sta sbrigando una mia pratica di consegna. “in quel caso è meglio non fare nulla, semmai chiedere alla donna se ha bisogno di aiuto…”
Il che per esperienza, è una soluzione impossibile. La donna maltrattata dal marito è paradossalmente capace di difenderlo di fronte a tutti. Perché l’emancipazione non viene dall’esterno, ma da dentro, e la poveretta, magari liberatasi di un giogo, ne troverebbe uno maggiore. La sottomissione della donna dubaiana, come uno spettro, sembra perseguitarmi anche qui…

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