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L’isola dei Famosi e il tesoro dei pirati

04 Marzo 16 / Scritto da:

Ritrovato il tesoro del galeone spagnolo San Josè in Colombia, affondato più di 300 anni fa

L’Isola dei Famosi – si sa – è un reality dal fascino arcano, che stimola le nostre fantasie di potenziali esploratori di terre lontane, quasi ancestrali, in mezzo a pericoli concreti o immaginari. Fantasie animate da ricordi storici di gesta eroiche di pirate e bucanieri, che alla testa di potenti galeoni inaffondabili seminavano terrore in nome di Sua Maestà britannica e dei re cattolici di Spagna. Le imprese dei pirati dei Caraibi, che hanno segnato anche l’arcipelago di Cayos Cochinos (teatro della vita dei naufraghi di Canale 5), riemergono periodicamente ogniqualvolta viene ripescato un vascello affondato e magari carico di oggetti preziosi, per non dire di forzieri di dobloni d’oro.

Come anche recentemente, proprio in involontaria coincidenza con la partenza del reality.

E’ infatti notizia degli ultimi giorni che esperti militari e archeologi subacquei hanno identificato (e sono pronti a recuperare, dopo le necessarie lungaggini burocratiche) il tesoro dei tesori, il bottino di gran lunga più cospicuo di tutta la storia dei recuperi di imbarcazioni sommerse: 200 tonnellate d’oro (11 milioni di dobloni) e soprattutto un numero incalcolabile di pietre preziose di un valore stimato che potrebbe toccare i 10 miliardi di dollari. Questo è carico (ancora intatto) del San Josè, un galeone spagnolo affondato dalla flotta inglese l’8 giugno 1708 durante la battaglia di Barù, al largo di Cartagena de Indias, lungo la costa dell’odierna Colombia. Fu una battaglia terribile, dei 600 uomini che componevano l’equipaggio del San Josè ne sopravvissero solo 22 e quell’immenso bottino, inabissatosi su un fondale melmoso a 220 metri di profondità oltre 300 anni fa, ha costituito lo scopo più ambito di ogni cacciatore di antichi forzieri. Un risultato enorme, giustamente celebrato: il Presidente della Colombia Juan Manuel Santos Calderón ha annunciato il ritrovamento del relitto: “E’ il San José, ne siamo certi! Le immagini degli splendidi cannoni a forma di delfino, 64, che armavano la nave spagnola, non lasciano dubbi sull’identificazione”.

Esiste tuttavia un grosso problema, un impiccio, come sempre, di natura burocratico-legale: il relitto non è stato ritrovato da poco, come ha dichiarato il presidente colombiano, ma il 13 dicembre 1981 da una società internazionale specializzata in questo tipo di ricerche e recuperi, a cui la Colombia aveva concesso i diritti in cambio del 50% del valore. Tuttavia quasi subito lo stato sudamericano si rese conto che quella concessione era troppo avventata e generosa. Il contratto, grazie ad imbrogli e cavilli, venne annullato. Ne scaturì una lunga battaglia legale con la stesura di un nuovo, ma meno generoso, accordo a diverse società di recupero; senza però arrivare mai ad una conclusione. Ora la mossa del presidente Santos, che attribuisce il ritrovamento alla marina militare colombiana e all’istituto archeologico nazionale, appare in sostanza come un imbroglio; come il gesto conclusivo del lungo conflitto legale, dato che il relitto venne già accertato nel 1981.

Sarà come sarà. Quel che interessa a storici, archeologi e a semplici appassionati è che siamo in presenza del tesoro più grande di tutti i tempi, una specie di Santo Graal delle navi affondate, colato a picco nella guerra di successione spagnola e quindi al centro di eventi storici importanti, basilari per le giovani nazioni latinoamericane, eventi che hanno segnato anche la letteratura con Gabriel García Márquez nel suo romanzo ‘L’amore ai tempi del colera’.

Aristide Malnati