17 SETTEMBRE - Viaggi

Shopping a Dubai: in giro tra vetrine e Shopping Mall

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Atterri a Dubai e capisci dubito dove ti trovi…! Com’è lo shopping in uno dei centri commerciali più grandi del mondo? 

Mentre siedo a pranzo nell’Armani café di Dubai mall, uno dei centri commerciali più grandi del mondo, ho l’impressione che Jihad non stia scherzando. Come tanti stilisti che hanno battezzato con i loro brands le passeggiate luccicanti del Dubai Mall con un tocco glam, come i decoratori del calibro di Trisha Wilson che hanno decorato hotels a sette stelle, dall’Armani Hotel al Burj Al Arab ad Atlantis, fondendo la fantasia araba con l’eleganza, come gli imprenditori che affascinano con progetti futuristici al limite dell’impossibile la curiosità illuminata degli sceicchi finanziatori, anche lui vuole venire a Dubai a investire i suoi milioni. Ne parla con l’entusiasmo di un bambino, gli occhi luccicanti di chi ha scoperto un nuovo giocattolo, paragona Dubai alla grande mela. Mi è capitato anche con Donna Karan che nel suo piglio di aggressiva dolcezza esordiva con la solita frase che ormai sento ripetutamente in situazioni simili: “A Dubai non manca niente, è come essere in Occidente!” .
E a riprova ti presentano il fatto che tra i marmi dei pavimenti scintillosi dei centri commerciali, maestosi come una moderna San Pietro, trovi i marchi più prestigiosi, dentro a vetrine che sono opere d’arte scaturite dall’estro della competività.
Ma Jihad non sta pensando a questo. Pensa alle gru che nella Business Bay hanno ripreso a lavorare a ritmo impazzito, dopo la stasi della crisi mondiale che adesso sembra un ricordo. Per celebrare l’expo 2020 sulle bottiglie d’acqua, sulle macchine, sulle palizzate dei cantieri, trionfava il grido dell’orgoglio nazionale: “Ci siamo noi, emiratini, ad offrire al mondo una nuova possibilità!”.
Ed io non posso dire l’opposto: in un anno ho assistito allo stravolgimento di Jumeirah, uno dei posti residenziali pIù in che corre sulla costa, dove interi quartieri di villette da sogno sono state abbattute per far posto ad una lingua di mare che si insinua nella città come un enorme canale, a testimoniare che il mito di Venezia non tramonta e il desiderio di emulare la grandiosità italiana è ancora vivo. E non a caso gli sceicchi si sentono i nuovi Lorenzo il Magnifico, la perla di un Medioriente che va a fuoco mentre in questo pezzettino di terra si concentra la promessa pionieristica di una visione che abbraccia un futuro lontano. 
Quando incontri Mohammed, lo sceicco re, vedi un uomo semplice a cui piace raccontare storie. Una di queste è quella che lo vede chiedere a un comitato di architetti come estendere le sue spiagge, finché qualcuno lo sorprende con un progetto impensabile: creare Palm Island per centuplicare i chilometri di sabbia a contatto con il mare.
E così mi trovo sempre circondata dai frutti di questa visione avveniristica: quando siedo con Jean Nouvel e il suo entourage nella silenziosa saletta privata da Hakkasan per una cena, nell’Emirates Palace di Abu Dhabi, e mentre lui parla del figlio che sta per avere dalla moglie ormai al settimo mese, non posso fare a meno di percepire che per il grande genio dell’architettura non c’è poi molta differenza dall’aver appena partorito un figlio dall’isola stessa di Abu Dhabi: la bolla bianca e ricamata del museo del Louvre che è stato appena ultimato. E per mantenere questa visione a ritmi vertiginosamente accelerati, non si può che essere una monarchia capitalistica come quella di Dubai. Un mattino lo sceicco si alza ed esclama: voglio un nuovo Burj Khalifa, più alto e più sottile, come un ago, e non c’è la democrazia con i suoi ricorsi e le sue burocrazie a rallentare questo sogno.
La velocità risiede nell’antica assoluta autocrazia dei re rinascimentali.
Jihad sta parlando con mio marito, ha bisogno di un partner locale per aprire la sua compagnia. Negli Emirati si entra se sei sponsorizzato da qualcuno o da una compagnia indigena, e con il visto ti arrivano tutti i privilegi che attirano tanti stranieri: la fortunata mancanza di tasse.
Mahmoud parla dei vantaggi incredibili di questo paese, dalla valuta stabile perché legata al dollaro a cambio fisso, all’apertura alla libera circolazione dei soldi, all’evidente incentivo di un’economia in continua crescita. 
Del resto basta atterrare a Dubai per capire dove ti trovi. Dubai la Las Vegas mediorientale, il più aperto dei paesi del Golfo, un fiore meraviglioso di plastica costruito sulla sabbia che ti può piacere se ti piace la vita sintetica di Las Vegas. Grattacieli postmoderni, autostrade a sedici corsie, hotel a cinque stelle che fanno rabbrividire quelli europei, shopping mall che sono vere e proprie cattedrali dello shopping. Se vai a Muscat o nei paesi confinanti, ti senti soffocare. Là ti mancano i cartelloni pubblicitari della Coca Cola o dell’ultimo profumo Dior a confermare la massiccia presenza dell’Occidente. Due megaposter sporadici che ricordano una pubblicità delle uova degli anni cinquanta, a scoprire che oltre il confine emiratino, i paesi arabi dormono in un silenzio secolare. Niente architetture postmoderne, niente shopping centers a misura di multinazionale.
Mentre mi assento in queste considerazioni, sento Jihad che scoppia a ridere fragorosamente. Quei due si stanno dicendo qualcosa che in qualità di moglie di marito importante (come suona male, mamma mia!) sono abituata a voler ignorare.
Perché Jihad sta ridendo per la sera prima. A quanto pare dopo cena ha concluso la serata rifugiandosi in un night dove una ragazza russa molto carina “non una professionista” ci ha tenuto a specificare, “mi ha tenuto compagnia raccontandomi cose davvero straordinarie.” 
Jihad ha nuovamente gli occhi scintillanti di un gatto che si stia mangiando un canarino. E non perché come tutti i businessman che si rispettino abbia moglie e figli parcheggiati in un’elegantissima mansion in Germania mentre qui scorrazza felice sulla giostra dell’ignoto, ma perché sembra sorpreso che Dubai non sia come se l’aspettava conoscendo mio marito, che invece vive solo tra uomini in kandura e donne in abaya, in un mondo dove la divisione dei sessi (uomini da una parte, donne dall’altra dai funerali ai matrimoni, come conferma lo spauracchio del cartellino di divieto che si trova all’entrata di ogni centro commerciale, con l’icona dei due pupazzetti maschio e femmina che non possono darsi la mano) è l’unica legge a ricordare che Dubai è pur sempre un paese musulmano…
melanie

Il mondo di Melanie: il Dubai Mall

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