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26 LUGLIO - Viaggi

L’arte si sposa al vino: l’architetto di fama mondiale Jean Nouvel e l’oligarca collezionista Andrej Filatov

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Nella splendida campagna del Bordeaux ho scoperto l’arte del vino

Quando il vino si sposa all’arte è un matrimonio d’oro. Esteticamente e finanziariamente, visto che la tendenza dei grandi produttori vinicoli è sempre stata quella di arruolare grandi architetti che lanciassero con una ristrutturazione della vigna, anche il suo prodotto. Lo ha fatto un Rothschild con Ricardo Bofil per il Medoc, lo si è fatto con Mario Botta per il vino Faugeres, ora è il turno di Jean Nouvel, architetto icona e multipremiato Pritzker che ultimamente ha dato alla luce il Louvre ma il cui nome è ormai negli annali dell’architettura da decenni (google vi restituira una serie di immagini di architetture meravigliose di cui non sto a fare l’elenco).

Il vino come moda e passione e, con tutto il glamour dell’high fashion, questa volta a Bordeux a sfilare sono le bottiglie di Chateau la Grace des Prieres, vestite dei quadri di Art Russie e dei maestri che Andrej Filatov, bilionario appassionato di arte russa otto novecento, ha scelto di immortalare sulle etichette del suo vino, segno che la scelta di comprare una vigna a Saint Emilion e di spendere oltre ai dieci milioni di dollari per ristrutturarla, è uno slancio poetico e artistico, oltre che finanziario. Perché il vino vende, ma l’impiego di un architetto geniale come Nouvel che attrae su di sè la pubblicità mediatica, forse ha un ritorno pubblicitario pari alla spesa. In piedi sul cilindro di metallo che troneggia sulle vigne della tenuta, Elena, la moglie di Filatov, mi spiega che qui si può pure atterrare con il tuo elicottero se vuoi, e la tenda rossa che contrasta con i riflessi argentei dell’acciaio e della parete a specchio della costruzione adiacente, ti da quasi un’impressione di navicella spaziale, in decollo verso un universo di possibilità. E in effetti proprio questo ha inteso comunicare la mente del genio architettonico: all’interno del cilindro gigante, grosse botti di metallo alte cinque sei metri dove il vino sedimenta per un anno, troviamo la foto deformata del volto dell’astronauta Yuri Gagarin, il primo russo ad andare sulla luna (non c’è verso di spiegare a Elena che forse anche gli americani si contendono il primato) che invece si ricompone perfetta nel riflesso metallico a specchio di ogni botte. I toni rossi del pavimento sembrano incendiare tutto il resto, in una sorta di esplosione di fuoco, come quella lasciata da una navetta spaziale in decollo verticale che abbandoni la terra in grande fragore. Segno che anche l’uva qui si accende, e da semplice mosto diventa, con il fuoco dell’alcool, la bevanda degli dei.

L’arte si sposa al vino: l’architetto di fama mondiale Jean Nouvel e l’oligarca collezionista Andrej Filatov

 

Gli invitati al vernissage, ambasciatori e personalità della politica e cultura, si aggirano allegri con i bicchieri in mano in un’aria vacanziera mentre io cerco di riavvicinarmi a Jean Nouvel e carpirgli una mini-intervista sperando che Le Figarò e gli altri intervistatori non l’abbiano sfiancato troppo. Jean mi riconosce e mi sorride, siamo già stati a cena ad Abu Dhabi ed è un amico di famiglia, l’ho conosciuto che stava per avere, oltre alla sua creazione del Louvre completata, anche una magnifica bambina… Stasera saremo al tavolo con lui e la moglie, una cinesina graziosa che lavora con lui come architetto da diverso tempo in un’intesa solidale di lavoro e di cuore.

Mi sto facendo una cultura sul vino e l’imbottigliamento in questi due giorni spesi nella pianura del Bordeaux, capisco che il vino è davvero un’arte, l’imbottigliamento nelle botti piccole di legno dopo quelle enormi del cilindro spaziale, la decantazione, l’investimento di centinaia di migliaia di euro ogni volta che si cambia autunno, il getto del prodotto se l’annata va male. Il vino come tradizione, come filosofia, come capolavoro: sul listino prezzi si va dai 200 ai millecinque a bottiglia. Il vino destinato a collezionisti che non fanno finta di capirne il significato come me che mi sento una profana: io il vino lo uso nei risotti, ma ciò non mi impedisce di berne qualche sorso e salire subito alle stelle. In fondo Jean Nouvel ha ragione: il vino ti fa decollare nello spazio buttandoti su di giri.

E cosi, con i bicchieri in mano, Jean mi racconta un po’ di cose, prima di tutto quello che mi sta a cuore: la sopravvivenza degli edifici architettonici tra qualche migliaio d’anni sarà possibile? Così come è successo alle piramidi, gli chiedo, potremo avere qualcosa che sopravvive o tutto quel che si produce oggi è destinato a perire per l’uso di materiali troppo deboli? Mi riferisco all’uso stesso dell’acciaio e del vetro che Nouvel usa in abbondanza; forme eteree e rarefatte, lievi come un codice di computer appartenete all’epoca digitale, dove l’immaterialità  è quella che fa testo, non la massiccia pesantezza dell’autorità passata. Nouvel è libero lieve e immateriale, ma quanto durerà la nostra architettura moderna?

Lui esula la domanda, o la capisce diversamente, si appella al dovere generazionale di preservare le opere architettoniche, si appella all’architettura come forma eterna, non peritura, al dovere morale e sociale dell’uomo alla conservazione dell’arte. Dice che il vetro è duraturo. Io, apocalittica, mi riferivo a un mondo dove perfino gli umani potrebbero essere sterminati e in questo caso vetro e acciaio verrebbero sfondati da terremoti e cataclismi, ma non le piramidi: queste resterebbero solide in Egitto, a ricordarci che settemila anni fa c’era già nell’uomo un afflato all’infinito.

Lascio Nouvel per rincontralo dopo, a cena, e intanto esploro le cantine, uno spazio scavato nella roccia dove tra file di bottiglie e botti, c’è anche una scacchiera per giocare a scacchi, ci ricorda che Andrej à anche il presidente della confederazione russa degli scacchi, campione a sua volta, forse ha fatto tanta strada perché ha imparato a fare le mosse giuste fin da piccolo. A calcolare con metodo inflessibile come fare a vincere il re nemico. Andrej è simpatico molto serio quando parla russo, più leggero in inglese quando ride tanto e viene soccorso nella traduzione da Elena, che lo ha sempre accompagnato nei viaggi in cui l’ho visto. Filatov a cui Putin ha affidato la direzione dei porti russi con molte altre attività che qui non saprei nemmeno elencare, un multimiliardario di nemmeno cinquant’anni che rappresenta la Russia moderna: giovani oligarchi che tra aerei privati e case di lusso sembrano comunque mantenere dentro l’antica madre Russia, quella contadina, quella dei valori della terra e della fatica e di un amore per i piaceri semplici della vita a cui non rinunciare mai.

Melanie

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